Licenziamento per perdita dei titoli abilitanti: giustificato motivo oggettivo o giusta causa


In caso di perdita dei titoli abilitanti alla mansione da parte del dipendente, si delinea l’ipotesi di impossibilità sopravvenuta parziale alla prestazione (art. 1464 c.c.), che richiede una valutazione datoriale dell’interesse residuale e, dunque, la riconduzione della eventuale risoluzione del rapporto ad una determinazione dell’imprenditore (Corte di Cassazione, sentenza 11 novembre 2019, n. 29104).


Una Corte d’appello territoriale, confermando la sentenza del Tribunale di prime cure, aveva dichiarato inefficace il licenziamento intimato ad un lavoratore, per sopravvenuta mancanza del porto d’armi e dell’abilitazione a svolgere l’attività di guardia giurata, in considerazione del mancato espletamento della procedura conciliativa ex articolo 7 della Legge n. 604/1966, con conseguente applicazione della tutela risarcitoria (art. 18, co. 6, L. n. 300/1970). Nello specifico, accertato il mancato possesso dei titoli necessari per svolgere la mansione di guardia giurata da parte del lavoratore, la Corte territoriale aveva ricondotto detta impossibilità sopravvenuta nell’alveo dell’archetipo del licenziamento per giustificato motivo oggettivo (a fronte di consolidata giurisprudenza di legittimità nonché della specialità del diritto del lavoro), con conseguente imprescindibile applicazione del preventivo procedimento di conciliazione.
Propone così ricorso in Cassazione il datore di lavoro, lamentando violazione e falsa applicazione dell’articolo 120 del CCNL per i dipendenti di Istituti e Imprese di vigilanza e di diverse norme di diritto (artt. 1256, 1362, 1367 e 1463 del Codice civile ed artt. 3 e 7 della L. n. 604/1966), poiché la Corte distrettuale, erroneamente, aveva ritenuto che la perdita dei titoli abilitanti la mansione di guardia giurata costituisse giustificato motivo oggettivo, anziché causa di impossibilità sopravvenuta della prestazione.
Per la Suprema Corte il ricorso non è fondato. Il CCNL di categoria, infatti, all’articolo 120 prevede che: “Nel caso di sospensione o di mancato rinnovo del decreto di nomina a guardia particolare giurata e/o della licenza di porto d’armi il datore di lavoro potrà sospendere dal servizio e dalla retribuzione il lavoratore. Trascorso il periodo di 180 giorni di calendario senza che il lavoratore sia ritornato in possesso dei documenti di cui sopra, il datore di lavoro potrà risolvere il rapporto di lavoro per tale motivo senza preavviso o indennità sostitutiva”.
Durante il decorso del predetto termine che deve precedere l’atto di recesso, il datore di lavoro potrà o meno utilizzare il dipendente in mansioni alternative; tale termine viene individuato dalle Parti sociali come periodo di tempo congruo per la valutazione dell’interesse del datore di lavoro alla futura prestazione lavorativa e per consentire al lavoratore di tornare in possesso del titolo abilitativo. Orbene, il senso letterale delle parole e la ratio perseguita dalle Parti sociali consentono di ricostruire la comune intenzione di ricondurre la sopravvenuta inidoneità allo svolgimento delle mansioni di guardia giurata al modello del licenziamento per giustificato motivo oggettivo, proprio perché l’uso del verbo “potrà” rende chiaro che la fattispecie estintiva del rapporto di lavoro dipende dalla volontà del datore di lavoro, non potendosi escludere, in via astratta, l’impiego del dipendente in mansioni diverse. Il contratto collettivo in esame consente, dunque, al datore di lavoro l’esercizio di uno ius variandi e ciò impedisce di delineare una ipotesi di risoluzione automatica del contratto per impossibilità sopravvenuta assoluta alla prestazione (art. 1463 c.c.), la quale comunque richiede che la parte interessata manifesti, mediante negozio di recesso, l’assenza di un suo interesse al mantenimento di un vincolo giuridico, ormai privato di parte del valore.
In caso di perdita dei titoli abilitanti, pertanto, si delinea la distinta ipotesi di impossibilità parziale (art. 1464 c.c.), che richiede la valutazione datoriale dell’interesse residuale e, dunque, la riconduzione della risoluzione del rapporto ad una determinazione dell’imprenditore.
Peraltro, il consolidato orientamento di legittimità ritiene del tutto residuali le ipotesi di assoluta impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa, in quanto da valutare con particolare rigore, ed inquadrabili nell’ambito del recesso per giusta causa (art. 2119 c.c.) (Corte di Cassazione, sentenza n. 7531/2010).